Walter Benjamin, un pensatore e scrittore di Berlino di origine ebraica, si avvicina alle posizioni della Scuola di Francoforte, anche se non ne fa parte in modo organico. Egli interpreta la filosofia come una critica alla società opprimente e alienante del capitalismo, respingendo l'idea di una ricerca sistematica e totalizzante della verità. Secondo Benjamin, la filosofia deve denunciare le contraddizioni del presente e rivelare il bisogno di felicità ed emancipazione dell'essere umano. Si oppone a dottrine consolatorie o riformiste che cercano compromessi e soluzioni gradualiste e indolori per affrontare l'oppressione.
Benjamin presenta una visione tragica dell'esistenza, segnata dalla tensione tra le forze positive che lottano per la liberazione totale degli oppressi e il potere negativo del totalitarismo culturale e politico contemporaneo, che nega l'autonomia individuale. L'unica speranza, secondo Benjamin, risiede in una "rottura" nella storia, un momento rivoluzionario che rompe la continuità temporale. Tuttavia, questo evento non è garantito né necessario, a differenza della teoria marxista del comunismo. La possibilità di salvezza non si presenta come un risultato inevitabile di un processo storico teleologico, ma risiede in un passato fatto di "rovine su rovine". La consapevolezza di questo passato è così drammatica da alimentare il desiderio di un futuro migliore in coloro che lo considerano. Benjamin combina l'imperativo marxista di sovvertire la realtà con il sentimento messianico e utopico tipico dell'ebraismo, che aspetta la venuta di un messia o salvatore. Questo sentimento rifiuta l'idea che il cambiamento sia inevitabile e afferma invece la prospettiva della speranza e della fede in un evento redentore.
Secondo Benjamin, l'umanità ha il compito di guardare al passato, che è la causa dell'angoscia presente, e nutrire l'aspettativa del suo superamento, della realizzazione della pace e della giustizia, che possono essere raggiunte solo attraverso un evento estremo e catastrofico che spegne la scintilla prima che la dinamite esploda. L'aspetto tragico di questo pensiero risiede nell'imprevedibilità e nella soggettività del percorso verso la salvezza, che caratterizza anche l'esistenza stessa del filosofo, costantemente minacciata e infine sopraffatta dalla persecuzione nazista.
Benjamin è un autore versatile che ha dedicato numerosi studi al fenomeno artistico, convinto, come Adorno, del suo valore critico nei confronti della realtà. Il suo saggio più noto e fondamentale per l'estetica del Novecento è "L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica" (1936).
Herbert Marcuse, un importante esponente della Scuola di Francoforte, ha espresso posizioni teoriche contro la manipolazione e l'integrazione sociale "forzata" dell'individuo. Nella sua opera principale, "Eros e civiltà" (1955), Marcuse sostiene che la civiltà si è sviluppata attraverso la frustrazione delle passioni e degli istinti umani. Tuttavia, nella società capitalistica contemporanea, questa repressione è diventata eccessiva, causata dal sistema economico stesso.
Marcuse critica il fatto che la società moderna, basata sul lavoro e sull'exploitazione, ha ridotto l'essere umano a un semplice strumento di produzione, negando la possibilità di godere del piacere e del godimento con gli altri. Questo ha portato alla riduzione della sessualità a un mero atto procreativo e utilitaristico, privo di componenti creativi e liberatori.
Per Marcuse, l'individuo represso ha accettato questa condizione come normale, subendo un'auto-repressione imposta dalla società stessa. Egli identifica tre vie di salvezza da questa condizione. La prima è l'arte, che esprime il desiderio umano di emancipazione attraverso una creatività non alienata. L'arte alimenta l'utopia e la speranza di ribellarsi alla logica del lavoro e della fatica. La seconda via è l'eros, inteso come energia libidica originaria e non ancora repressa dalle norme sociali. Marcuse critica la riduzione della sessualità a mera gratificazione materiale, sottolineando l'importanza dell'eros autentico come forza dirompente e sovversiva che può contrastare l'omologazione dominante. Infine, Marcuse propone che i soggetti rivoluzionari possano essere individuati tra gli emarginati della società opulenta. Questi soggetti, come i reietti, gli stranieri, gli sfruttati di altre razze e colori, i disoccupati e gli inabili, non si sono integrati nel sistema capitalistico. Marcuse sostiene che il loro status di emarginati li rende oggettivamente sovversivi, anche se potrebbero non esserne ancora consapevoli. Egli ritiene che sia necessario far loro prendere coscienza di questa forza innovatrice estranea alle logiche del potere, affinché possano un giorno abbattere il sistema. In conclusione, Marcuse propone l'arte, l'eros e l'emancipazione degli esclusi come possibili vie di salvezza dalla repressione e dalla manipolazione sociale. Attraverso l'utopia, Marcuse promuove un futuro migliore in cui l'individuo possa liberarsi dalla logica del lavoro e dell'omologazione dominante.


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